La chiesa di S.Agostino, come è visibile oggi, fu costruita su un edificio preesistente anteriore al XI secolo dedicato ai Santi Apostoli Giacomo e Filippo. Di originarie forme romaniche, l'edificio dovette assumere nei successivi secoli una fisionomia gotica "piemontese" in mattoni, con tetto a capanna, tre navate, absidi poligonali e campanile. Già il catasto del 1415 la inserisce tra le sei parrocchie del quartiere di Porta Pusterla il quale, insieme ai quartieri di Porta Doranea, di Porta Marmorea e di Porta Nuova, costituiva la Torino di allora, città ancora racchiusa nella ristretta e quadrangolare cerchia delle mura romane.
La chiesa era nota come "chiesa del boia" e questa nomea rimarrà impressa nella memoria collettiva per lungo tempo. Vicino al chiostro della chiesa, infatti, fin dai tempi più antichi venivano sepolti i giustiziati dal boia cittadino ed i morti nelle carceri. Il boia stesso godeva inoltre del "privilegio" di sedersi in un banco a lui riservato all'interno nonché del diritto di essere sepolto presso la chiesa, sotto il campanile.
Le forme dell'edificio risalgono al 1548, anno in cui gli Agostiniani Calzati, dopo un peregrinare di alcuni anni, presero possesso della chiesa e diedero inizio alla costruzione del convento. Ciò fu possibile grazie alla cessione a loro favore attuata nel 1448 da G. E. Broglia, rettore delle chiese di S.Giacomo e Filippo e S.Agostino. Come altri edifici religiosi dell'epoca, la chiesa si trovava in un avanzato stato di degrado. Dal 1551 iniziarono i lavori di ricostruzione e la chiesa assunse il nome di chiesa di S.Agostino.
L'Ordine Agostiniano degli Scalzi risale al XV secolo, ma furono i Canonici Regolari che per primi seguirono la regola di S.Agostino nel VII secolo. Stabilitisi a Torino dal 1441 per volere di Felice V (Amedeo VIII), che li volle a corte come eruditi presso la nascente università, essi godettero di fortuna e privilegi fino all'avvento dei francesi che demolirono il convento, e dovettero attendere la donazione di Broglia per una nuova fissa sede.
Terminata nel 1563 l'occupazione francese ed avvenuta l'elezione a rango di città capitale, Torino cominciò ad "aprirsi" sotto la guida di Emanuele Filiberto. A seguito del Concilio di Trento iniziarono a prolificare in città le Confraternite e le Compagnie religiose, le quali assunsero una posizione dinamica in qualità di committenti di lavori di restauro e di adeguamento di molte chiese torinesi. Ed il regnante, sebbene impegnato prioritariamente in opere militari e difensive, non potè dimostrarsi sordo ai rigidi dettami provenienti da Roma e diede impulso ad opere di restauro e riedificazione in campo religioso.
L'edificio venne ultimato intorno ai primi anni '80 quando le redini del regno passarono nelle mani del figlio del duca, Carlo Emanuele I, il quale accelerò il processo di modernizzazione della città facendosi personalmente promotore dell'edificazione di opere pubbliche e del consolidarsi delle compagnie religiose. Nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX la chiesa fu teatro di lavori di abbellimento e di restauro degli interni, a volte finanziati da privati benefattori i cui nomi sono leggibili in epigrafi all'interno della chiesa. Solo nel 1643 avvenne la consacrazione ufficiale; poco più tardi venne sostituito l'altare maggiore, ridotto intorno alla meta dell'800 e rifatto per opera di Claudio Ceppi nel 1887.
La chiesa nel suo complesso subì un rinnovamento sostanziale durante il primo decennio di questo secolo. Anche il contesto in cui si colloca, uno dei quartieri più antichi, è in una fase positiva di trasformazione e riqualificazione nonostante i problemi tipici dei centri storici delle nostre città.
La chiesa presenta un impianto a tre navate con strette navate laterali sovrastate da volte a crociera ed è priva sia di abside che di transetto. I recenti restauri hanno ridato luce mediante vivi colori alla navata centrale; si auspica che futuri lavori si prendano cura anche delle navate secondarie.
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Tra le opere di particolare interesse notevoli sono nella navata destra il dipinto della Deposizione attribuito alla scuola di Dürer (1530-1540), la Madonna del Popolo di Felice Cervetti (1764), la Madonna della Cintola di Ignazio Perucca (anteriore al 1776) posta sopra un altare di marmi policromi attribuibile a B. A. Vittone. Nella Cappella della Madonna del Divin Parto della navata sinistra è presente un frammento di affresco del sec. XVI che è stato ritrovato nel 1716 nella canna del camino di una casa, demolita in parte per l'edificazione del convento. In onore di questa immagine, esposta dal 1717 in chiesa entro una cornice di legno scolpito, venne costituita una Compagnia per soccorrere le puerpere: la Pia Società di Maria Santissima nell'Aspettazione del Divin Parto. Al fondo della navata sinistra vi è la Cappella di San Nicola da Tolentino con il bianco Mausoleo di Cassiano dal Pozzo, magistrato alla corte di Emanuele Filiberto con la sua statua "gisant", giacente, sopra un sepolcro sorretto da due dragoni.
La chiesa è nota per il gran numero di sepolcri di rappresentanti illustri di famiglie illustri, ma soprattutto per essere il luogo delle tombe dei boia, scavate sotto la base del campanile la cui orditura è una delle poche testimonianze dell'antichità della chiesa.
Sia da vivi, presenze inquietanti avvolte in mantelli color sangue, sia da morti, sepolti sotto il campanile della chiesa, essi contribuiscono a creare un'aura di mistero intorno a questa chiesa torinese nella quale è sì venerata la Madonna del Divin Parto, procreatrice di vita, ma in cui hanno anche pregato e trovato sepoltura questi sinistri artefici di morte.
Chiara Zocchi
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