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Documentazione Chiese Storiche 2000-2010

San Francesco d'Assisi

San Francesco d'Assisi

Questa chiesa torinese, detta anche Chiesa di San Francesco ad turrim in quanto prossima alla torre civica, deve la sua nascita allo stabilirsi della comunità francescana in città a partire dal 1214, anno del presunto passaggio a Torino di San Francesco d'Assisi.

La chiesa occupa da sempre una posizione "strategica" nel contesto cittadino; essendo situata in pieno centro storico nel quartiere un tempo detto di Porta Marmorea (come attesta il catasto del 1415) nelle vicinanze della dinamica "Contrada di Dora Grossa" (attuale Via Garibaldi) e del Palazzo del Comune, ha sempre rivestito un ruolo attivo nella città. In essa si svolsero riunioni dei Savi del Consiglio dal XIII secolo e trovarono collocazione cappelle patrocinate da ricche corporazioni di mestiere o da nobili famiglie, le quali per molti anni agevolarono con importanti donazioni la vita della chiesa.
La notorietà della chiesa perdurò grazie al ricchissimo "corredo di reliquie" dei santi più rappresentativi e nel corso dell'800 grazie alla fama ed alla devozione popolare di santi ottocenteschi che presso questo edificio più o meno a lungo operarono: San Giovanni Bosco e San Giuseppe Cafasso, rettore della Chiesa e confessore di Don Bosco.
Le attuali visite guidate alla chiesa pongono in risalto episodi sia artistici che architettonici legati alle figure di questi due santi: il confessionale di S. Cafasso dove si confessava Don Bosco, l'altare dell'Angelo Custode dove Don Bosco celebrò la prima messa nel 1841, la sacrestia dove Don Bosco incontrò Bartolomeo Garelli, primo ragazzo del suo Oratorio, ed il cortile dell'Oratorio.

Dal 1566 al 1720 nota come Via dello Studio, poiché sede dell'Università (poi trasferitasi in Via Po), Via S. Francesco d'Assisi subì un accentuato ridimensionamento nel corso dell'espansione ottocentesca di Torino e da strada stretta e "piuttosto angusta" (così la definisce B. A. Vittone nel suo Trattato) tipica del centro storico non solo torinese, si trasformò nell'attuale arteria sproporzionatamente trafficata.
L'originario edificio appartenuto precedentemente alla famiglia Della Rovere era dedicato a San Vittore. Nel 1517, a seguito della scissione dell'Ordine dei Francescani in Spirituali e Conventuali, entrò in possesso di questi ultimi. Quindi la notorietà della chiesa si elevò nel 1580 quando divenne provvisoria sede della Sacra Sindone trasferita a Torino da Chambery in attesa di una collocazione definitiva e più aulica presso il duomo cittadino.
Sul punto di morte Emanuele Filiberto pretese che una metà del corrispettivo di funerali solenni fosse devoluto per la costruzione di un'apposita cappella della Sindone.
Questo evento coincise con l'ascesa al trono del figlio del duca, Carlo Emanuele I, e con il graduale immedesimarsi della città nel ruolo di città capitale. Si inaugurò un'epoca nuova ed un dinamico clima artistico: ingegneri, architetti ed artisti chiamati a corte attuarono nel corso del XVII secolo una vera e propria trasformazione barocca della città, la quale finalmente si aprì e si mostrò al resto d'Europa. Nonostante questo clima di fermenti, molte chiese cittadine, e tra queste S. Francesco d'Assisi, si trovavano in uno stato di forte degrado.

Nel 1608 la chiesa venne quasi totalmente ricostruita e al preesistente impianto tipico del gotico locale subentrò un'impostazione a tre navate coperte da volte di stampo rinascimentale. Solamente a partire dalla metà del '700 le trasformazioni apportate dall'architetto piemontese Bernardo Antonio Vittone, il quale disegnò presbiterio, cupola, coro ed alcuni altari, donarono all'edificio nuovi connotati.
Soluzioni architettoniche e decorative continuamente variate per captare la luce dall'alto o simulare la luminosità all'interno dell'edificio svelano ancora oggi la mano di Vittone: finestroni ovali sopra le arcate della navata centrale, lucernari tondi nelle cappelle con volte a botte della navata destra, finestrone ovale del coro e ancora gli angeli e i putti in volo tra nubi in parte dipinte ed in parte in stucco nella cupola. Il disegno della facciata del 1761 è attribuito ad un discepolo dell'architetto, Mario Ludovico Quarini. Nel 1871 gli Oblati subentrarono ai Francescani nel possesso della Chiesa e nel 1930-31 subentrò la Pia Unione di S. Massimo.
Un incendio nel 1942 arrecò gravi danni al tetto, al campanile e alla volta con le decorazioni, ed i successivi lavori condussero allo stato attuale.

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Oggi la chiesa è officiata da preti diocesani.
La facciata classicheggiante, scandita verticalmente da lesene e colonne scanalate e intervallate da porte sormontate da finestre, presenta al centro un portale ad arco ribassato sormontato da un finestrone ovale ed è ad ordine unico; una marcata trabeazione frena lo slancio ascensionale degli elementi verticali e si grava del peso del frontone. L'interno della chiesa è a tre navate con volte a crociera, le navate laterali sono dotate di cappelle, il presbiterio è a pianta quadrata sormontato da una cupola su base circolare e un cupolino consente l'illuminazione dall'alto. La sacrestia permette l'accesso alla Cappella di S. Bonaventura, primo oratorio di Don Bosco. Il campanile è barocco su orditura medievale.
L'altare maggiore "alla romana" in marmi policromi e di linea concava di Vittone presenta sotto la mensa e dietro una grata dorata la reliquia di Sant'Innocenzo, trasportata dalle catacombe romane nel 1765.
Nella Cappella del Crocifisso con l'altare a marmi policromi (ancora di Vittone) è visibile il Crocifisso ligneo del luganese Carlo Plura, efficacemente illuminato, la Cappella di Sant' Omobono appartenente ai Sarti, una delle prime associazioni di mestieri costituitasi sotto Carlo Emanuele I che si riunì nella chiesa a partire dal '600, fu costruita dall'architetto torinese Barberis nella II metà del '700. La Cappella di Sant'Antonio da Padova, con altare rettilineo disegnato ancora da Vittone, è impreziosita dall'elegante dettaglio di due angeli di Stefano Maria Clemente, scultore torinese.
Assai meno appariscente ma da notare è il piccolo affresco sul terzo pilastro della navata sinistra raffigurante una mite e sorridente Vergine delle Grazie, unica superstite testimonianza della decorazione tardo-gotica della chiesa.

Chiara Zocchi

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