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San Carlo Borromeo
San Carlo Borromeo Insieme con la 'gemella' Santa Cristina, la chiesa di San Carlo Borromeo chiude scenograficamente il lato meridionale della piazza reale della città-capitale sabauda secentesca (attuale piazza San Carlo).
Fondata nel 1619, è assegnata dal duca Carlo Emanuele I all'ordine riformato degli Agostiniani Scalzi, diventando solo nell'Ottocento sede dei Servi di Maria. La chiesa, posta sotto la diretta protezione del sovrano, è dedicata a Carlo Borromeo, l'arcivescovo di Milano canonizzato nel 1610 che ebbe per la Sindone una particolare devozione e che strinse un forte legame con la corte sabauda.
L'edificio vede associate importanti opere liturgiche e devozionali secentesche (opere architettoniche di Amedeo di Castellamonte e Bernardino Quadri, sculture di Tommaso Carlone) a interventi di ridecorazione ottocenteschi (dipinti di Rodolfo Morgari). La facciata, rimasta incompiuta per tre secoli, è stata completata da Ferdinando Caronesi nel 1834, su modello di quella della gemella Santa Cristina, realizzata da Filippo Juvarra (1715-18), mentre il convento e il resto dell'isolato sono stati completamente ridisegnati dal rifacimento di via Roma nel 1935.

   
Tomaso Carlone, paliotto con Gesù nell'orto, 1650-1660; marmo bianco
San Carlo Borromeo: paliotto in marmo bianco di Tomaso Carlone Il primo altare di destra, un tempo dedicato al Crocifisso e ora all'Addolorata di San Guarnieri, è decorato con marmi commessi e variegati. Il paliotto presenta tre riquadri: ai lati due nicchie con un santo e al centro un pannello con rappresentata l'orazione di Gesù nell'orto.
Nell'opera, realizzata a bassorilievo in marmo bianco di Carrara, lo scultore ha raccontato in sintesi ciò che accadde in quel frangente: l'angelo si avvicina a Gesù raccolto in preghiera e gli presenta il calice delle sofferenze e dei patimenti; poco distanti i tre discepoli, presi da un grande torpore, non sono capaci di vegliare con lui.
Una turba con lance e torce ha abbandonato Gerusalemme, che si profila sul fondo, e sta raggiungendo l'orto degli ulivi. Interessante è il profilo della città: alcune peculiarità, come l'edificio che ricorda, e non vagamente, il Colosseo, lasciano intendere che è stata presa a modello la città di Roma.
   
Giacomo e Giovanni Andrea Casella, San Carlo in adorazione della Sindone, 1655 ca.; olio su tela
San Carlo Borromeo: G. e G.A. Casella, San Carlo in adorazione della Sindone La chiesa dedicata al Santo arcivescovo di Milano non poteva non contenere un riferimento al pellegrinaggio da lui compiuto fino a Torino per venerare la Sindone e questo evento è, simbolicamente, raffigurato nella pala dell'altare maggiore, affiancato da altre scene della vita del santo (di Giovanni Paolo Recchi).
Nella pala d'altare San Carlo, in abiti cardinalizi, è inginocchiato con le braccia allargate, in segno di richiesta d'aiuto, davanti al Santo Sudario osteso da alcuni angioletti svolazzanti. La scena si svolge sotto le volte di un nobile edificio, certamente una chiesa munita di cupola, decorata con lese e colonne marmoree, con una fuga di archi che terminano in un'abside con l'altare apparecchiato per una liturgia. Due angioletti accanto al santo reggono l'uno il pastorale l'altro la mitra mentre il galero cardinalizio giace accantonato in un angolo. Pare questo un invito a celebrare con paramenti pontificali una liturgia eucaristica, memoriale di quella passione del Signore che la Sindone mirabilmente rappresenta.
È una tela di grande portata evocativa; la nobiltà dell'impianto e la fantasiosa scenografia ne fanno un piccolo capolavoro.
   
Rodolfo Morgari, San Pellegrino Laziosi davanti al Crocifisso, 1887; olio su tela
San Carlo Borromeo: altare con San Pellegrino Laziosi davanti al Crocifisso Benché di produzione tarda, la tela - ospitata dalla seconda cappella a destra - si colloca nel filone della pittura devota che tanta parte ha avuto nella seconda metà dell'Ottocento.
La tela raffigura un fatto miracoloso occorso a San Pellegrino Laziosi. Era questi un religioso dell'Ordine dei Servi di Maria. Era un penitente e a causa delle mortificazioni si procurò una piaga maligna ad una gamba che giunse ad un grado tale che i medici ritennero necessaria l'amputazione della gamba. Durante la notte precedente all'operazione, Pellegrino si alzò e a stenti raggiunse la sala capitolare e davanti all'immagine del crocefisso, pregò con fervore per ottenere la guarigione. Assopitosi, in sogno vide Gesù che sceso dalla Croce lo liberava dal male. Quindi risvegliatosi se ne tornò in cella, dove il mattino seguente il medico venuto per l'amputazione poté constatare l'avvenuta e totale guarigione. La tela raffigura proprio questo momento: Pellegrino, sostenuto da un angelo, in sogno vede il Cristo staccarsi dalla croce e riversare su di lui la sua potenza taumaturgica.
È una tela devozionale dove il Morgari si limita a raccontare l'avvenimento, impiegando tutta la sua maestria nell'uso del colore.
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